LA SPIRITUALITA’ DI DON PASQUALINO: UNA TESTIMONIANZA         (Antonio Anatriello)

 

     Il termine ‘spiritualità’ di per sé evoca qualcosa di fine, delicato, interiore.

La figura di don Pasqualino si presta bene ad illustrare tale termine, grazie alla sua spiccata sensibilità e delicatezza d’animo che, all’osservatore superficiale, poteva e potrebbe  anche dare l’idea di debolezza e fragilità.

     E qui s’impone la necessità di chiarire alcuni equivoci, di cui era ed è facile essere vittima nell’interpretazione della personalità di don Pasqualino.

     Era un uomo e sacerdote delicato e mite, ma non debole.

Era fine, ma non fragile.

La sua stessa voce era esile, ma non per questo era poco ascoltata.

Era delicato e fine, ma contemporaneamente forte, come lo sanno essere le persone profondamente spirituali, nella cui vita la fede e la propria vocazione costituiscono qualcosa di essenziale, radicato e determinante, che ispira effettivamente le scelte concrete della vita, sia a breve che a lungo termine.

     La sua religiosità era intima e riservata, ma non era avulsa dalla realtà; bensì era bene incarnata in essa. Aspetto, questo, che ha avuto modo di manifestarsi con maggiore evidenza nell’ultimo decennio della sua vicenda umana e sacerdotale. E non mi riferisco soltanto alla sua attività in opere caritatevoli, ma anche alla sua prudente e coraggiosa, e per molti senz’altro inattesa, apertura a iniziative politico – sociali sul territorio, scaturite dalla pubblicazione del Documento dei Vescovi Italiani “ Sviluppo nella solidarietà. Chiesa Italiana e Mezzogiorno”, della fine dell’89.

Elaborando la lettera di risposta che inviò ad un convegno organizzato dalla rivista napoletana “Il Tetto”, dalla “Sinistra Indipendente” e dalla sezione cittadina dell’allora “P. C. I. “, convegno al quale don Pasqualino era stato invitato,  negli spazi bianchi del relativo volantino di invito, aveva così appuntato:

” Sottolineo tre punti: - la politica intesa come impegno civile; - stare dalla parte dei più deboli;  - affermare il diritto di ognuno ad uscire dal ricatto del bisogno. Su questi dati noi ci troviamo d’accordo…..”.

Era il pensiero di un sacerdote con la mente rivolta al Dio del Vangelo, ma anche con i piedi ben piantati a terra!

     La sua religiosità era profonda e tenace, ma non tendeva ad imporsi con la forza o con l’arroganza; si effondeva con dolcezza, promanava dal suo atteggiamento dolce e mite e dal suo stesso viso, sorridente e candido come quello di un bambino.

Era anche una religiosità ‘cattolicamente’ sana ed ecclesialmente fedele alla  gerarchia; ma non era arrogante, bensì tollerante, serena e sinceramente rispettosa delle opinioni diverse. Serenità, tolleranza e rispetto che sono caratteristiche indispensabili ad ogni tentativo di dialogo sincero e fruttuoso, di cui tanto si avverte il bisogno sia all’interno delle comunità ecclesiali, sia nei confronti delle varie espressioni religiose, sia verso il complesso e articolato mondo dell’agnosticismo e dell’ateismo.

La stessa lettura degli scritti di don Pasqualino, espressione e testimonianza diretta di mitezza e capacità di dialogo, può senz’altro aiutare  i credenti a crescere nella fede in tale direzione.