IL NATALE

 

 

 

Da: Divagazioni, 1964

NATALE

Medita in pace, per fremiti ignoti,

sotto lo scettro di Cesare, il mondo;

e dei sanguigni brandi, in tanta attesa,

tace il fragore.

 

E’ la pienezza del Gaudio Promesso,

é il balenare d’arcana presenza:

odesi il passo, da tempo aspettato,

d’Uno che viene.

 

« A Dio sia gloria ed agli uomini pace »

canta ed invoca l’angelica schiera; —

in terra prona, davanti il Mistero,

prega Maria.

 

«E’ nato! E’ nato del mondo il fattore! »

Pei clivi esulta devoto il bifolco

ed alla grotta con poveri doni,

lieto, s’avvia.

 

La Notte Santa dall’eco festosa

spiri nell’alma perenne l’amore;

e in questa valle, nel comun dolore,

speme ne infonda.

 

Canto di bimbi pel caro mistero,

primo ricordo d’un dolce passato?

Torni il Natale d’un mondo lontano

che crede ed ama.

 

 

NATALE DI GUERRA

Pieno di sogni, nella fredda notte,

il lumicino con trepida fiamma,

una Madonna di colore oscuro,

rishiara ancora.

 

Il vento fischia pel nero camino

e nel silenzio greve, lentamente

la nota prece, scandisce una madre:

Ave Maria!

 

«ohimé, rimbomba il cannone ed il sangue

dei figli invano scorre » — al cielo grida;

d’un suono di pace diffonde i rintocchi

la Notte Santa.

 

Il lumicino fumiga, si spegne.

Nell’ora stanca la donna assonnata

la fedel prece ripete nel duolo

poi..s’addormenta.

 

NOTTE DI NATALE

Calava la sera dai monti

vicini. Davanti al presepe

l’attesa dei bimbi ferveva,

- effimera gioia di un’ora –

sognanti, tra gole montane,

la grotta e festose campane.

 

Dei Magi Vegliardi la storia,

la nonna, al tepor della brace,

vegliando, commossa diceva;

e un canto s’udiva lontano:

« E’ nato Gesù Redentore,

del mondo supremo fattore ».

 

Scenario di monti incantati,

frammento lontano di cielo

terreno, passato per sempre!

Ma, echi di un mondo sommerso,

ci porti la squilla dall’onda

canora, celeste, profonda.

 

O notte serena e beata!

In cerca di luce e d’amore,

da solo, per strade romite,

mi pongo in devoto cammino

e guardo giulivo le stelle,

di pace divina fiammelle.

 

 

FERMASI IL TEMPO

E la Promessa, dal cielo discesa,

volge negli evi, tra l’ombre terrene,

come una face, nel popolo eletto

dei Vecchi Padri.

Fermasi il tempo: d’Efrata sui monti

nasce l’Atteso da vergine seno;

stillano i cieli siccome rugiada

il Salvatore.

 

 

NELLA CAPANNA

Stava la Madre cantando la nanna

mentre cullava il Bambino dormente;

allor s’udì da lungi:- osanna! osanna !

 e un freddo vento ruggiva fremente.

 

Da velli avvolti, lontani pastori

portando vengono teneri agnelli;

e i doni recano con caldi cuori

i   tre veggenti nei colmi cestelli.

 

Era cheta la grotta. L’aere, intanto,

si fè sereno e nel silenzio intorno

degli Angeli s’udiva il dolce canto

« Sia gloria a Dio nel luminoso giorno».

 

Svegliossi il Bimbo con viso sereno

e la capanna tal vide un sorriso

che parve vivere, non in terreno

loco, ma dolcemente in Paradiso.

 

 

PRESSO LA CULLA

Dormi, caro ricciolino,

nel tuo freddo casolare;

ninna nanna vo cantare

dolcemente, o re divino.

Fa’la nanna, Bimbo mio;

dormi, dormi, Ninno mio.

 

A te levo, fantolino,

nel silenzio della sera,

dolce nota di preghiera

che ti culli sul lettino.

Fa’la nanna, Bimbo mio;

dormi, dormi, Ninno mio.

 

Deh! non pianger, fanciullino,

se fremente fischia il vento;

se la paglia dà tormento

non svegliarti, o mio Bambino.

Fa’la nanna, Bimbo mio;

dormi, dormi, Ninno mio.

 

 

Da: Itinerario frattese, 1972

LA NOVENA DI NATALE

Il  popolo, custode geloso delle tradizioni, è sensibile al pio richiamo del mistero natalizio, assiepando per nove giorni consecutivi il grande tempio di S. Sosio. Alle cinque del mattino, al suono delle campane, dalle vie secondarie si avanzano nell’oscurità folti gruppi di donne che si dirigono nella piazza centrale, portandosi dietro i bambini ancora assonnati. Ogni porta è chiusa; ogni lume è spento. Com’è bello questo momento! Quanta poesia e quanti ricordi!

La sacra funzione infonde nel cuore di tutti una letizia santa; tra il profumo d’incenso e di fiori, l’organo dalle canne d’argento, accenna in sordina qualche motivo pastorale, mentre i fedeli, raccolti in preghiera, aspet­tano il momento di poter cantare l’inno di S. Alfonso « Tu scendi dalle stelle ». Poi, l’organo, con un crescendo meraviglioso, accompagna il coro popolare che, obbe­diente al gioco dell’arte canora, sfuma leggermente nel diminuendo, per poi ripigliare il finale con forza maestosa e solenne. Alle 6,30 i fedeli escono che è ancora buio. La vita è appena iniziata.

Il  24 dicembre, nel nostro paese spira aria di festa. Nella piazza centrale e lungo buon tratto del Corso Du­rante sono disposte le bancarelle con ogni ben di Dio. Fanno bella mostra le vasche con i capitoni, i catini con le vongole, i banconi con i mostaccioli. I venditori, con ritornelli schiettamente popolari, mettono in risalto la bontà della merce. La gente guarda, interroga, compra; i bambini sgusciano di qua e di là, guardando con occhi incantati. Lontano, intanto, nell’aria fredda e pungente si sentono le dolci note della zampogna.

 

LA NOTTE DI NATALE

E’ attesa con ansia dai bimbi e dai vecchi: poesia dei bimbi, nostalgia dei vecchi. I negozi stanno per chiudere, i venditori di capitoni fanno ritorno alle loro case con voce rauca. L’aria im­bruna. Inizia la notte di Natale, la notte più bella dell’anno. In ogni cortile si accende un piccolo fuoco, i bambini danno l’ultimo ritocco al presepe e sistemano in un angolo il verde abete, gli adulti preparano la ta­vola. Dopo la cena si gioca a tombola.

Al suono delle campane che annunziano la nascita di Gesù, nel rione atellano si può assistere al tradizionale volo della stella luminosa. Mediante un congegno deli­cato, la stella si ferma nell’aria, all’altezza della parrocchia di S. Filippo Neri, mentre i fedeli, tra le fiaccole e i canti, portano in processione il Nato Bambino. La manifesta­zione popolare è piena di misticismo e di poesia.

 

Da: Dove vai ?, 1978

IL MISTERO DI CRISTO

Il mistero del Cristo si aggira intorno a due nomi principali: Betlem e il Calvario. Il dramma del Figlio di Dio comprende, cioè, due atti importanti: una povera stal­la ed una croce insanguinata.

Gesù venne in questo mondo, bussò a parecchie porte e gli fu detto: «Non c’è posto per te! ». Ma Giuseppe trovò un posticino: la stalla. E là, mentre in città si banchet­tava e si ballava, nacque Gesù. Alcuni pastori, avvertiti da un angelo del Signore, entrarono nella capanna e si pro­strarono dinanzi al santo Bambino, coricato su poca pa­glia, fra due animali. Guidati dalla stella prodigiosa, giun­sero i re dall’oriente ed offrirono oro, incenso e mirra. Per il mondo si sparse il grido di giubilo: « E’ nato il Re­dentore! ». La festa del Natale rinarra l’epopea della not­te santa.

Affluiscono alla nostra mente tanti pensieri che van­no dal divino all’umano, dall’eterno al temporale, dall’in­finito al finito ... interminabili spazi, sovrumani silenzi…quiete profondissima ... Questi pensieri dell’infinito sono potenti richiami che danno limiti alle cose di quaggiù: mentre l’immenso cielo ci sovrasta e ci incanta, la terra si restringe. O notte di Natale, qualcosa di veramente grande tu ci porti con l’eco delle campane festose, tu sola rievochi immagini lontane con animo sereno! Cristo nasce ma non basta. Cristo deve nascere dentro di noi! Usciamo dalla notte e andiamo incontro alla luce: Cristo Signore.

 

LA NASCITA DI GESU’

La nascita di Gesù, tra i monti di Betlem, è il primo incontro tangibile del divino con l’umano; con la discesa dello Spirito Consolatore inizia il dialogo di Dio con la chiesa in cammino. Gesù, addirittura, si è messo alla por­tata di ognuno di noi per essere nostro cibo nel sacra­mento della santa Eucarestia perché è sua « delizia abitare tra i figli degli uomini »; Egli vuol parlarci come un uomo all’amico e deporre nelle nostre anime il dono della sua parola.

 

 

Da: La chiamata, 1986

UNA BUONA AZIONE

Il  primo Natale trascorso in seminario fu particolarmente suggestivo. Gli alunni della prima camerata, dopo la festività dell’Immacolata, misero mano alla costruzione del presepio per il quale sacrificavano ben volentieri la ricreazione della sera.

Sul presepio facevano bella mostra la grotta in mezzo alle gole dei monti, le pecore erranti sotto il cielo orientale, le casette sperdute tra la neve. Durante la novena si viveva in un mondo pieno di sogni e si aspettava con ansia il momen­to della funzione religiosa per cantare in coro la pastorale di S.Alfonso M. De’ Liguori.

La mattina del 24 dicembre gli alunni uscirono per la passeggiata, batterono viottoli e sentieri coperti di brina; in­fine si fermarono sopra un prato e si divisero in squadre. Il freddo spaccava le pietre, il vento agitava i rami degli alberi; le foglie morte, trascinate dal vortice, pareva che seguissero una ridda fantastica.

I giocatori, impazienti come puledri, si riscaldarono dopo le prime sgambettate: quarantaquattro gambe si disputavano una palla di gomma con gioia accanita. Da lontano giungeva il fischio del treno e ogni tanto si sentiva lo sparo dei mortaretti.

Fu una bella partita, la più bella che abbia giocato Fabio. Verso mezzogiorno si prese la via del ritorno. C’era nel paese aria di festa: i pescivendoli, con voci melodiose, mettevano in risalto la loro fresca mercanzia; lungo i marciapiedi erano di­sposti banchi pittoreschi, colmi di prodotti appetitosi; sull’uscio dei negozi alimentari pendeva un ramo di lauro; le donne andavano a fare la spesa mentre i bambini correvano qua e là. Lontano dal seminario un tiro di schioppo, in un vano poco elevato dal suolo, abitava una povera vedova. Quanto volte Fabio, passando di là, aveva guardato il piccolo abituro. Pure quel giorno guardò e, accennando col dito la vecchietta, disse a Gualberto: « Anche per lei è festa!... E’ bello il Natale davanti ad una tavola riccamente imbandita tra l’allegria dei bimbi o le cure amorevoli dei genitori; per noi è un giorno bellissi­mo, ma per chi è nella miseria è un giorno come gli altri ».

« E vero! » confermò il compagno, rallentando il passo: «Io immagino quella vecchia, intenta a ravvivare la fiamma, seduta presso il focolare per lungo tempo a guardarsi intorno e a ricordare il passato... Così sempre sola, giorno e notte, col sangue che si raffredda nelle vene e con l’anima che si chiude al calore della fede... Senti, Fabio: possiamo fare qualcosa per lei? ».

« Tocca a noi! » rispose portando la mano destra al petto: « tocca a noi pensarci. Questa notte Gesù nascerà anche per i poveri ».

L’altro soggiunse:

« Hai ragione! Gesù è venuto sulla terra soprattutto per i poveri. Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati ».

Con calma macchinarono un piano.

Giunta la sera, misero un pane, un pezzo di formaggio, una scatola di carne, una focaccia e due lire in un tovagliolo; ne strinsero le cocche con uno spago, quindi si diressero alla stamberga della vedova che era già buio e la trovarono se­duta presso il focolare. Le pareti erano affumicate e v’era sul canterano un lume a petrolio. Fabio, preso dalla commozione, fece capire con gesti che aveva qualcosa da consegnarle.

Gualberto intervenne dicendo:

« Fate buon Natale, nonnina! »

La poveretta aguzzò gli occhi, si alzò barcollante ed escla­mò: « Chi siete, angeli del paradiso? Da che parte venite? ».

E i ragazzi insieme:

« Prendete questa roba e fate buone feste! »

Lei allungò le mani, si avvicinò ai ragazzi, li baciò sulla fronte e, piangendo, ripeteva a intervalli:

«Grazie, figli miei...! Grazie, figli miei! »

I due, senza frapporre indugio, salutarono in tutta fretta la nonnina e, come se fossero andati a rubare, scapparono col. batticuore. Attraversarono l’androne, evitarono d’incontrare il portinaio, salirono le scale e, senza essere osservati, s’inseri­rono nel gruppo. Durante Le pause del gioco vario volte si tro­varono di fronte, si guardarono in faccia con commozione e ciascuno vide negli occhi dell’altro ciò che sentiva nel proprio cuore.

Fra poco inizierà la notte santa, la notte più bella dell’anno.

 

 

Da: L’eremita di Amalfi, 1990

LA CIARAMELLA

I ragazzi, in occasione della festività del santo Natale, pensarono di allestire un bel presepe in una delle sale dell’oratorio. Dal cantinato e dall’orto, a tempo debito, trasportarono rami d’alberelli, pezzi di legno, ciottolini levi­gati, segatura, cespi d’erbe; accanto al pozzo issarono grandi festoni composti d’edera sempreverde, bandierine colorate e palline d’argento. La novena ebbe inizio! Ogni mattina, al primo tocco della campana, gruppi di donne raggiungevano la cappella tenendo i bambini per mano. Il romitaggio era inondato di luce celeste: quanta musica nell’aria, quan­ta gioia nel cuore!

Nel frattempo la notte di Natale era arrivata a lenti passi, qua e là si vedeva luccicare un piccolo fuoco acceso, una canzone vibrava nel silenzio della sera e pareva che la terra prendesse contatto col cielo. La neve danzava nell’aria greve e cadeva chetamente a fiocchi sui sentieri, sugli albe­ri e nei burroni.

Un rustico casolare dormiva il suo sonno nella campa­gna solitaria ed era tuffato nel soffice manto della neve come un paesaggio dei racconti di fate. Un vecchio pastore, dal nero copricapo, si scaldava alla brace, fumava la pipa e fissava con occhi di ebete la ciaramella appesa alla parete.

Il   vento urlava lontano fra le querce, soffiava gagliardo tra i roveti, strisciava lungo la scarpata, sbatteva la porta del recinto. Otto capre stavano sdraiate in un angolo dello steccato, una lucerna a petrolio pendeva da un travicello affumicato.

Il vecchio, insaccato in un grigio tabarro, conduceva ogni giorno il piccolo gregge al pascolo e, seduto sull’erba, mangiava una focaccia di granturco con la cipolla; non aveva cognizione del bene e del male, era incapace di formu­lare un pensiero in senso compiuto, aveva la mente intorpi­dita dalla solitudine continua e dalle veglie notturne, le impressioni della sua infanzia sfumavano col tempo, ricor­dava ora solamente le bestie.

Un letto tarlato, un cassettone antico, un tavolo scon­nesso e due sedie di paglia erano il corredo della stamber­ga. Aveva preparato per quella sera le castagne, le noci cotte, un tozzo di pane e una bottiglia di vino; poggiò la pipa sul canterano e fece alcuni passi su e giù per il casolare. Quan­d’ecco senti uno scampanio vivace, come d’una festa lonta­na. Stette attento, si stropicciò gli occhi, si fregò le mani, indossò il tabarro, apri la porta, volse lo sguardo intorno e, fermandosi sulla soglia, mormorò:

«Un non so che d’allegro invade il mio animo e un suono indistinto suscita in me tante emozioni. Stasera la campanella del romitorio di S. Andrea suona a distesa e nel cielo turchino sorridono le stelle. Perché?».

«Non sai che a mezzanotte nascerà Gesù Bambino?» Gli diceva la zampogna pian piano.

«Ricordo! » Proseguì il pastore mettendosi le mani al­la fronte: «Sono trascorsi molti anni, ma serbo qualcosa nella mente. Oh, la memoria della fanciullezza resterà impressa in tutti! Conservo ancora sopra il canterano un vecchio libro, carico di polvere e di anni, ogni sera ml siedo vicino al pagliericcio a leggerne qualche pagina ingial­lita. Dolci ricordi passati! La nonna, al tepore della brace, mi raccontava che in questa notte santa un coro d’angeli passa per il cielo e gli uomini si pongono in devoto cam­mini a cercare la luce di Betlem».

«Ho nel cuore tante canzoni! » Continuò la ciaramella:

«Ho riservato per questa notte la più bella strofa e voglio cantare, al chiarore delle stelle, un inno pastorale che orec­chio umano giammai udì».

Il vecchio si avvicinò con sacro timore, staccò la ciaramella dalla parete, se la pose a tracolla, diede una voce alle capre, chiuse la porta e disse:

«Andiamo, orsù!».

Camminava camminava per la campagna solitaria e af­fondava sempre più nella neve, gli alberi si curvavano sotto i colpi impetuosi del vento, il freddo gelido gli torturava le ossa, stava per tornare indietro e si meravigliava d’aver preso quella decisione. Una voce lo spronava a salire, sentì il rintocco della campana, vide in lontananza la chiesa che spariva nel vuoto. Una nube bianca avvolse ogni cosa, la neve scendeva ancora a larghe falde ed egli aguzzò gli occhi per osservare meglio, scivolò presso un cespuglio e cadde; allora si fermò di botto e portò la mano sinistra alla fronte madida.

Quindi scorse un punto luminoso, accese un fiammi­fero nell’oscurità, prese la strada giusta, raggiunse la pine­ta e arrivò al romitaggio: volavano per l’aria sussurri di preci, canti ultraterreni, armonie di arpe d’oro. Ed egli si fece avanti, toccò la zampogna, l’avvicinò alla bocca e in­tonò la ninna nanna a Gesù Bambino. Dall’alto il sacro bronzo effondeva i suoi rintocchi e un’inno d’osanna saliva dal mondo in preghiera. Una stella brillava lassù. Gloria a Dio nel più alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buo­na volontà.

Poesia di bimbi, ricordi di giovani, nostalgia di vec­chi! O giorno di mistero, o notte santa, in cui l’umano si unisce col divino e il tempo con l’eternità! Tu sola sai rie­vocare immagini lontane con animo sereno. I fanciulli can­tavano:

 

Che magnifica notte di stelle t’irradia il cammino!

Quale pace divina e solenne

hai prescelto, o Bambino.

 

Implorato per secoli ed anni con lungo dolore

a redimere scendi i mortali, divin Redentore

 

Il   coro cantava e la melodia si perdeva lentamente nel fiume dell’eternità. Quale gaudio! L’Eremita guardava estatico, alcuni uomini tossivano, le donne singhiozzavano col viso tra le mani.

 

 

Da: La storia più bella, 1992

BETLEM

 

  I profeti avevano predetto che il Messia sarebbe nato a Betlem. Il tempo stabilito da Dio era giunto! Erano trascorsi quasi nove mesi dal giorno in cui l’angelo aveva annunziato alla Vergine Maria la divina maternità. Proprio in quel tempo l’imperatore Ottaviano Augusto aveva ordi­nato il censimento dei sudditi di tutto l’impero. Egli voleva sapere di quante ricchezze e di quali forze poteva disporre e non sapeva che Dio avrebbe utiliz­zato quei calcoli per compiere il più grande avveni­mento del mondo.

Il censimento, secondo la legge dell’epoca, obbli­gava i sudditi a recarsi al proprio luogo d’origine e presentarsi all’Ufficio Anagrafico. La Palestina, a motivo di torbidi causati dalla famiglia di Erode, non godeva allora buona reputazione presso Roma. Per questa ragione Quirino, governatore della Siria, ebbe l’incarico di far rispettare le direttive del censimento non soltanto nella provincia romana di Siria, ma anche nel territorio della Palestina. Bisognava obbe­dire agli ordini di Cesare. Per quale scopo? Molti pensavano che il padrone di Roma volesse imporre nuove restrizioni fiscali. La notizia del censimento fu divulgata da banditori e proclamata in tutte le pro­vince. Quirino, per la circostanza, impose forti pena­lità per chiunque, vivendo in Palestina, non adem­pisse queste leggi.

Anche Giuseppe e Maria, dalla città di Nazaret di Galilea, dovettero recarsi a Betlem in Giudea, loro terra natale, per farsi registrare.

Betlem — parola che significa « casa del pane » nella etimologia ebraica — è una borgata della tribù di Giuda, a 8 chilometri a Sud di Gerusalemme, situata su due colline a 780 metri sopra il livello del Mediter­raneo e a 1.267 metri sopra il Mar Morto; ai tempi di Gesù aveva scarsa importanza, poteva contare circa mille abitanti per lo più contadini e pastori, era una stazione di passaggio obbligato per le carovane che da Gerusalemme andavano in Egitto.

Betlem, al tempo d’oggi, è una fiorente cittadina di circa 10.000 abitanti. La distanza da Nazaret a Betlem è di 150 chilometri ed ora le due città si raggiungono in due ore, in macchina, sulla via asfaltata. Ma da Gesù ad oggi c’è la differenza di venti secoli e il viag­gio da Nazaret a Betlem, attraverso strade fangose e dissestate, durava tre o quattro giorni con tre o quat­tro pernottamenti a cielo scoperto, nel cortile di una locanda, dentro un recinto, sotto un portico.

Possiamo solo immaginare la stanchezza di Maria e si comprende facilmente la situazione delicata in cui Ella si veniva a trovare a causa degli spostamenti continui. Il cammino, che noi copriamo col manto del silenzio, dovette essere molto scomodo. Comunque due ragioni pratiche furono quelle che spinsero i due santi sposi a cercare una grotta, a buon mercato, fuori dell’abitato: la povertà di Giuseppe, la purezza di Maria. Raccontiamo con ordine.

Giuseppe e Maria decisero di affrontare insieme il viaggio, presero l’asino, lo caricarono di cibarie e degli oggetti più necessari e si misero in cammino verso Betlem. Dovettero impiegare tre o quattro giorni con almeno tre pernottamenti. Con tutta pro­babilità furono ospitati presso alcuni parenti, dovet­tero fermarsi in luoghi pubblici, in qualche cortile, con altri pellegrini all’aperto, tra il lezzo di cammelli e di asini. Giunsero sul far della sera a Betlem, affol­lata di bestie e di persone che si erano sistemate in ogni parte. Dal monte Hermon soffiava un vento forte e nevoso; ogni lume era spento, ogni porta era chiusa.

« Ci tocca andare ancora », diceva Giuseppe: « ancora un poco di cammino e poi troveremo un alloggio ». Quindi bussò alla porta di una locanda.

«Chi è a quest’ora? Che cosa volete? ».

«Un posticino... un angolo per noi.., un giaciglio per la mia sposa che è tanto stanca e non si regge più».

«Ci dispiace! » rispose il padrone: « Andate altrove.., non c’è posto per voi.., andate! ».

Un angolo qualunque si poteva trovare per due persone così semplici e modeste. Eppure non era facile perché in Oriente, quando affluivano pellegrini da ogni parte, anche una locanda privata diventava un caravanserraglio, dove tutto si faceva in pubblico e senza alcuna discrezione, tra il chiasso della gente e il sudiciume delle bestie. S. Luca afferma che «per Maria, intanto, era giunto il tempo del parto» e che «non c’era posto per essi »: cioé non vi era posto adatto per Maria che desiderava, nell’imminenza del parto, riserbo e purezza.

Giuseppe invano bussò ad altre porte perché ebbe la stessa risposta negativa. Non c’era posto per Gesù! Non vi sarà mai posto per Lui in questo mondo... Quante volte Egli rimarrà fuori la porta! In occasione del censimento, con tanti interessi contrastanti, in mezzo al formicaio di gente, chi pensava a Gesù che stava per nascere? Chi erano quegli sposi di fronte alla legge ferrea di Roma imperiale? Due pellegrini insignificanti, due schiavi ebrei, Il mondo ama le comparse: quello che si opera in silenzio, anche se è di somma importanza, ha poco valore; quello che fa rumore e colpisce la fantasia è indispensabile per molte persone.

Giuseppe e Maria camminarono a lungo nel buio della notte alla ricerca di un ricovero tranquillo e soli­tario. Finalmente, al chiarore d’una lanterna, nei pressi del villaggio, scorsero sul fianco della collina varie grotte destinate alle bestie: si sistemarono alla meglio nella prima a portata di mano e provvista di una mangiatoia. Giuseppe pensò a preparare della paglia fresca, estrasse dalla bisaccia le cose più neces­sarie: altre comodità non si potevano pretendere. Tutto questo era sufficiente per Maria.

Ecco la casa dove nacque Gesù: una stalla! Nella città, intanto, si ballava e si banchettava. S. Luca dice nella sua sobrietà:

«Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compi­rono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo ». Apparve una luce sulla squallida grotta e gli angeli cantavano in coro:  « Gloria Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà ».

Nel territorio incolto dei dintorni di Betlem, appar­tati dal resto del mondo, vi erano pastori e contadini cha custodivano il gregge, trascorrendo la notte accanto al fuoco: questi sono i primi a ricevere l’an­nunzio della nascita del Signore. Essi vedono in cielo lo sfolgorio delle stelle, sentono il canto angelico, guardano estatici, si inginocchiano per terra. L’angelo disse loro:

« Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc. 2, 10).

I pastori compresero: questi uomini rozzi non conoscevano la dottrina, ma avevano capito che Gesù era nato in mezzo a loro, nel loro ambiente, nella povertà più assoluta. Non aspettarono a lungo, si mossero in fretta, giunsero alla grotta e trovarono Maria, Giuseppe e il Bambino che giaceva in una mangiatoia. Non chiesero spiegazioni, però lodarono Dio e offrirono con gioia i loro poveri doni; quindi tornarono a custodire i greggi e narrarono agli altri tutto l’accaduto. Il grande avvenimento della Notte Santa sembra un fatto irreale. La storia di Betlem è la poesia più bella del Vangelo.

 

 

IN ORIENTE APPARVE UNA STELLA

    Dio mandò un angelo ai pastori per annun­ziare la nascita del Salvatore, ai Magi mandò una stella meravigliosa. Perché? Dio inviò un angelo ai pastori perché credevano negli angeli, invio una stella ai Magi perché essi studiavano il corso delle stelle. In Palestina si aspettava il Messia: anche i popoli orientali attendevano un salvatore e, secondo le predizioni del profeta Balaam, una stella prodigiosa sarebbe stato il segno del neonato re.

I Magi erano dei grandi personaggi d’Oriente, istruiti in modo speciale nell’astronomia; venivano probabilmente dall’Arabia o, addirittura, dalla lon­tana Persia. Questi, la notte in cui nacque Gesù, videro nel cielo una stella bellissima e pensarono che la profezia di Balaam si fosse adempiuta e dissero:

« Questa è la stella che indica la nascita del re dei Giudei! ».

Si muovono: in un momento passano dal convinci­mento al desiderio, dal desiderio alla risoluzione, dalla risoluzione all’attuazione. Eccoli in cammino alla ricerca del re sotto la guida della stella e, dopo un lungo viaggio attraverso città villaggi monti e pia­nure, finalmente arrivano a Gerusalemme dicendo:

« Dov’é il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo »(Mt. 2, 2).

I Magi erano proprio sicuri di quello che dicevano? Non poteva essere un sogno il loro pellegrinaggio, una pazzia senza cognizione certa, un’avventura di marca tipicamente orientale? Gli abitanti di Gerusa­lemme, al vedere quei forestieri vestiti in maniera strana, accorsero con curiosità quasi scherzosa e, non sapendo cosa rispondere, pensarono subito che fos­sero degli esaltati.

Anche questo? Non sono bastati gli ostacoli prima di intraprendere il cammino.., non è bastato il viaggio lungo e pieno di pericoli? Adesso, per giunta, devono sopportare le beffe della gente! Ma essi erano sicuri, avevano sentito la chiamata, avevano visto la stella in Oriente.

Intanto, l’arrivo della comitiva straniera aveva fatto un poco di rumore; la loro domanda, ravvivata da varianti e contorni, aveva fatto il giro della città e, passando di bocca in bocca, era giunta all’orecchio del re Erode.

Il monarca, sospettoso e crudele, al quale simile notizia parve come una spada puntata contro il suo traballante trono, avvertì un oscuro presentimento misto a pensieri di rabbia e di vendetta e « riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’infor­mava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Mes­sia. Gli risposero: «A Betlem di Giudea...».

Allora il re, dopo aver macchinato nell’animo un piano scellerato, chiamò a sé i Magi e li indirizzo a Betlem dicendo: « Andate e informatevi. accurata­mente dei bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo ».

Quale perfidia! Egli con la bocca diceva di volere adorare il nuovo re, mentre pensava come eliminarlo.

I Magi, edotti dalla risposta dei sommi sacerdoti, ripresero il viaggio verso Betlem e, intanto, la stella ricomparve e li precedeva mostrando loro il cam­mino. Giunsero al luogo indicato, videro la stella fer­marsi sulla capanna, discesero dai cammelli: qui non trovarono un bel palazzo dai marmi pregiati e un re circondato da baroni e scudieri. No! Videro una povera stalla: entrarono e vi trovarono il Bambino Gesù con Maria sua madre e Giuseppe. Si inginoc­chiarono e riconobbero Gesù come re, come Dio, come uomo offrendoGli in dono oro, incenso e mirra.

I Magi si fermarono a Betlem almeno una notte perché il Vangelo afferma che essi ebbero una visione durante il sonno. Ecco le parole di San Matteo al cap. 2, 12: «Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese ».

Questi ferventi adoratori di Gesù Bambino non si lasciano impressionare dalle circostanze esterne che sembrano tanto sfavorevoli verso il Figlio di Dio fatto uomo. Hanno obbedito alla chiamata, hanno seguito la stella e, in premio della loro fedeltà, hanno trovato Gesù. Sono contenti e non cercano altro. Quindi, compiuti gli omaggi regali, ripartono costeggiando la riva occidentale del mar Morto e, per un’altra strada, ritornano al loro paese.

 

Da: Omelie, 1993

EPIFANIA DEL SIGNORE

In oriente apparve una stella e i Magi si misero in cammino. Fecero un lungo viaggio attraverso città e villaggi, monti e pianure. Giunsero a Betlem e qui non trovarono una reggia incantata e un re tra baroni e scudieri. No! trovarono una povera capanna e riconobbero Gesù come re, come uomo e come Dio e gli offrirono oro, incenso e mirra.

Oggi è la prima Pasqua.

La parola Epifania vuoi dire manifestazione, cioè Gesù che si manifesta al mondo intero.

Quale significato ha per noi la triplice offerta dei Magi? La mirra indica il sacrificio. L’oro indica la carità. Dov’è carità e amore, qui c’è Dio. Chi ha carità è in pace con Dio, con se stesso e col prossimo. L’incenso indica la preghiera. Pregare significa elevare la mente e il cuore a Dio. S. Benedetto lasciò ai monaci questo precetto:

«Prega e lavora!».

Ecco le vie per essere buoni cristiani: la carità, la preghiera e il sacrificio.

 

 

TEMPO DI NATALE

La festa del Natale è una « cristianizzazione» della festa pagana del solstizio invernale, che celebra il «sole invitto ». La Chiesa festeggia Cri­sto « Luce del mondo».

Il solstizio era celebrato a Roma il 25 dicembre; in oriente il sorgere in data diversa una duplice Solennità, l’una di origine occidentale (Natale), l’altra di origine orientale (Epifania).

La prima celebra il fatto storico la nascita, la seconda la rivelazione tale è appunto il senso del verbo «epiphanio».

Terna centrale del Natale è quel mirabile scam­bio per cui Dio prende ciò che è nostro e ci da ciò che è suo. Altro tema è quello della «luce». L’Avvento di Cristo mette in fuga le tenebre del mondo, e lo inonda di un fulgore celeste. E accanto al Figlio di Dio incarnato c’è Colei che veneriamo come Madre di Dio, la Vergine Maria, « dalla quale nacque Gesù chiamato il Cristo».

 

 

23 DICEMBRE LA SERA

« Dov’è carità è amore, ivi è Dio ». Così inizia una strofa che si canta in molte Chiese. Noi parliamo sempre di carità anche in tempi di odio e di vendette.

Ma dov’è questa carità? Forse nelle fabbriche, nella scuola, nei teatri, in certe famiglie, per le vie sporche dì fango e di sangue? Dio ci creò per amore, Gesù nacque povero e morì in croce per amore, il Vangelo insegna l’amore, la Chiesa pre­dica l’amore, l’universo è atto di amore e segno di amore.

L’uomo di oggi in che modo ama? Lo sap­piamo. Oggi si ama rubando, ammazzando bestemmiando. L’uomo di oggi, con tante ric­chezze e con tanto progresso è un miserabile per­ché non sa amare, non sa pregare, non sa perdo­nare. L’uomo è una bestia che fatica, mangia e tira i calci.

Fedeli carissimi c’è un vuoto che fa spavento. Tutto si fa per il corpo e quasi niente per l’anima. La gente pensa a mangiar bene a vestire bene e a stare comodamente. Le case moderne sono attrezzate di ogni comforts: tappeti eleganti, divani morbidi etc. Ma il mondo, non si rinnova un i soldi, con lo sfarzo ma con un po’ di fede e con carità.

 

 

NATALE DEL SIGNORE

  Magnum gaudium nuntio vobis: un grande mistero vi annunzio: è nato Gesù! Gloria a Dio e pace in terra. E’ nato Gesù! ovunque malati e bambini innocenti pregate! E nato Gesù!

Che cosa è il Natale? È una festa piacevole che piace a tutti. Natale è bello perché nasce Gesù. La fede cristiana sembra un fatto irreale. Il cuore mi dice ama. La fede mi dice credi. Due misteri ci fanno pensare: un presepe ed una croce ed anch’io penso a questi due misteri, una povera capanna ed una croce insanguinata. Egli venne in questo mondo piccolo bambino in mezzo agli nomini e col suo asino bussò a parecchie porte e gli fu detto non c’è posto! Per lui non c’è posto nel mondo. Egli cammina per le vie passa e bussa e resta fuori la porta.

E’ vero purtroppo c’è il tempo per tutto in que­sto mondo, per camminare, per viaggiare, per dormire, c’è il posto per tutti. Per Lui non c’è posto e il tempo. Ma Giuseppe e Maria finalmente trovarono un piccolo ricovero. Quale? Una stalla. In quella stalla nasceva Gesù tra il canto angelico: «Gloria a Dio e pace in terra ». I primi a conoscere Gesù non furono i grandi e i potenti, ma due animali e pochi pastori. Gli amici di Gesù furono i poveri. Egli vive rinasce in noi, nelle nostre famiglie, nei nostri cuori, nel mondo intero.